La prossima sfida di Petraeus è sul bordo del Pakistan
Il Comando centrale americano sta considerando l’idea di applicare il “modello Anbar” nelle aree tribali del Pashtunistan (no, non esiste sulle cartine, ma è li che regna il nucleo hard core di al Qaida) per addestrare le comunità locali a combattere contro i militanti legati ai talebani e agli estremisti arabi.

L’Iraq ha imboccato una lenta salita a chiocciola verso la normalità. Si sta pachistanizzando: ha un governo islamico-ma-non-troppo che parla fitto con i vicini e ci tiene a non sembrare troppo dipendente dall’America, ha partiti politici che si scontrano all’arma bianca soltanto per metafora e ha un’economia che sta cominciando a spingere sul serio (facile, con il petrolio a quota 120 dollari il barile). Il Pakistan invece tende a iraqificarsi. E’ un paese che accelera verso il burrone: gli attentati suicidi aumentano, il potere del governo centrale è in diminuzione, si affievolisce poco fuori le città e sparisce del tutto nelle zone tribali: vaste zone nel nord est sono fuori dal controllo dell’esercito e in mano alla guerriglia islamista. La prossima sfida del generale Petraeus è in Pakistan.
Meglio, a essere più precisi, non è in Pakistan, né dentro il vicino Afghanistan, ma in uno stato che non esiste sulle cartine, il Pashtunistan. E’ un’area violenta a cavallo fra i due paesi abitata da quaranta milioni di persone di etnia pashtun, senza confini visibili (ma quando i soldati pachistani da sud o quelli afghani da nord provano a entrare sono costretti a battere in ritirata portandosi via i propri morti e feriti). Nel Pashtunistan le regole dello stato sono collassate e comandano i talebani e gli arabi di al Qaida. I pashtun dal 2001 in poi sono stati bravi a tenere il grosso del problema dalla parte pachistana della linea di confine (che loro ovviamente non riconoscono, ma è riconosciuta dai soldati della Nato perché sono così obbligati dalle regole d’ingaggio. Gli americani osano violare lo spazio pachistano soltanto in casi estremi con missili e aerei).
Ora gli Stati Uniti stanno considerando l’idea di applicare il “modello Anbar” nelle aree tribali, per addestrare le comunità locali a combattere contro i militanti legati ai talebani e ad al Qaida. Il nome, modello Anbar, viene dalla più grande provincia dell’Iraq – sunnita, estremamente violenta, autoproclamatisi Stato islamico dell’Iraq – dove le tribù per prime passarono dalla parte degli americani e impugnarono le armi contro al Qaida. Si tratta della prima rivoluzione araba contro il terrorismo di matrice islamista. Un fatto straordinario, che la Coalizione in Iraq ovviamente ha incoraggiato e ora continua a sostenere. La riproposizione in chiave antiguerriglia pashtun sta guadagnando consensi, soprattutto perché Petraeus, l’architetto del modello Anbar, è stato nominato prossimo Comandante dell’U.S. Central Command e quindi sta per assumersi anche la responsabilità di Afghanistan e Pakistan. Una fonte militare dice al Daily Times, quotidiano pachistano, che l’esportazione e la replica del modello Anbar sono probabili, ma non è ancora possibile dire quando. Il portavoce dell’esercito a Islamabad, il generale Athar Abbas, dice conoscere la proposta americana, ma che ancora “non esistono accordi formali”. Altri ufficiali dicono che che il modello di controinsurrezione usato in Iraq “deve essere ancora studiato”. “Certo, se ci fosse una chance di funzionamento contro la guerriglia, dovrebbe essere subito applicato”. L’ex responsabile della sicurezza nelle aree tribali, il generale Mahmood Shah, sostiene che potrebbe funzionare: “Soldi e favori hanno sempre funzionato con i clan, ma dovremmo essere noi in Pakistan a proporlo e farlo funzionare, non gli Stati Uniti”. In realtà, anche se se ne parla come di un progetto futuro, la svolta Petraeus potrebbe essere già cominciata. La strategia del generale ha preceduto l’arrivo del generale stesso. Washington ha già stabilito contatti diretti con i capi tribù, mandando sul posto il vice del segretario di stato Condoleezza Rice, John Negroponte, e il responsabile per il Bureau sud est Asia, Richard Boucher. I due funzionari americani hanno da poco parlato a una jirga, il consiglio tribale, a Landi Kotal. L’ammiraglio Eric Olson, comandante delle Forze speciali americane, ha visitato la regione del passo Khyber il 12 aprile scorso e si è incontrato con i saggi del posto. Una delegazione di anziani dei clan in questo momento è a Washington, per restituire la visita e parlare con i funzioanari del Dipartimento di stato, incluso, di nuovo, Richard Boucher.
Ci sono già i primi effetti? Sì. Lo racconta Syed Saleem Shahzad, abilissimo giornalista pachistano che parla urdu, pashtu e inglese e incontra con naturalezza tutte le parti coinvolte nel conflitto. Due mesi fa, a causa dell’intensa pressione a cui sono sottoposti nelle loro tradizionali roccaforti del Sud e del Nord Waziristan, i Talebani e al Qaida hanno tenuto una shura, un consiglio, assieme. Durante l’incontro hanno convenuto che il pericolo maggiore arriva dai piccoli partiti e dai clan locali, pronti a vendersi agli americani nella grande caccia a Osama bin laden e al suo vice Ayman al Zawahiri. Il consiglio ha fatto l’esempio dell’Iraq, dove il corteggiamento di Washington alle tribù sunnite si è trasformato in un successo. Il piano deciso è questo: attaccare nella regione del passo Khyber, in Afghanistan, per dissanguare la Coalizione senza esporsi in grandi battaglie. In teoria facile, lo hanno già fatto in tante altre zone. In pratica, un piano dall’esito incerto. L’Agenzia (come sono chiamati i distretti) del passo Khyber è refrattaria alla talibanizzazione. La maggioranza della popolazione è di osservanza Sufi-Brelvi e tradizionalmente oppone resistenza all’ideologia Deobandi dei Talebani e a quella salafita di al Qaida. La gente del passo è abituata da secoli al passaggio di armate e di commercianti, ormai sono diventati liberali e pragmatici. L’ideologia utopica dei talebani e di al Qaida su di loro fa poca presa. Per questo motivo i guerriglieri hanno deciso di formare un proprio corpo di spedizione con combattenti chiamati dalle aree tribali del Pakistan e hanno messo al comando Ustad Yasir, un peso massimo, un leader afghano tra i più fidati. Il nuovo piccolo esercito di Yasir, tutti uomini pashtun, considera i nativi del passo Khyber materialisti inadatti alla guerra, ma aveva ugualmente bisogno di un ospite locale. Per questo i Talebani si sono rivolti a uno dei pochi salafiti della zona, Haji Namdar, come loro riferimento locale. Namdar non è il solito uomo delle tribù, è uno che ha viaggiato per commercio, ha lavorato in Arabia Saudita. Il suo essere salafita e osservante l’ha reso meritevole di fiducia agli occhi dei Talebani. Lui ha accettato l’ accordo con i guerriglieri, ha offerto di provvedere armi e rifornimenti lungo la strada che conduce al confine e anche di fornire rifugi sicuri. Ha garantito tutte queste cose ai capi talebani in un incontro nella sua stessa casa. All’inizio il piano ha sembrato funzionare. Il passo Khyber è la giugulare delle truppe Nato che combattono in Afghanistan. E’ una serpentina tra le rocce lunga quasi cinquanta chilometri, che nel suo punto più stretto è larga soltanto 15 metri. Il settanta per cento dei rifornimenti per i soldati – proprio come nei secoli passati – arriva da lì. La zona è l’ideale per le imboscate. Il 20 marzo scorso 40 autocisterne cariche di carburante destinate alle basi in Afghanistan sono state date alle fiamme e sono esplose a Torkham, la porta verso l’Afghanistan. L’assalto talebano è avvenuto di notte nei grandi parcheggi sul confine: le autocisterne avrebbero dovuto essere già in viaggio, ma i doganieri hanno opposto agli americani lungaggini burocratiche e ora i sospetti di una loro collusione con i guerriglieri sono altissimi. Altri attacchi sono seguiti, costringendo Washington a chiedere ai russi un accordo per passare da nord, una rotta molto più faticosa ma anche più sicura.
Gli americani hanno capito l’obbiettivo della guerriglia. Hanno reagito in stile Petraeus, come è descritto da Andrew McGregor, ricercatore per la Jamestown Foundation. Sei nuovi avamposti, da tre milioni di dollari ciascuno, al di qua e al di là del confine, per sorvegliare i Cancelli di Thorkam. In ognuna di queste basi lavoreranno non soltanto una ventina di uomini dell’intelligence americana, ma anche agenti di quelle pachistana e afghana. E anche massicci investimenti economici di aiuti per la popolazione nella zona (i finanziamenti non bellici a Islamabad da parte di Washington stanno triplicando), nugoli di aerei robot Predator a sorvegliare dall’alto giorno e notte, addestramento alla controguerriglia per le Guardie di Frontiera pachistane. Il vicesegretario di stato, John Negroponte, ha anche organizzato un primo incontro con i capiclan locali, ma solo sei hanno partecipato, per paura di rappresaglie.
La prima, grossa sconfitta per i guerriglieri è arrivata dopo il rapimento di due lavoratori del Programma alimentare mondiale. A differenza di quanto succedeva prima, le squadre paramilitari locali hanno dato la caccia ai talebani. Quelli hanno reagito con rabbia, uccidendo cinque inseguitori, ma hanno finito le munizioni, hanno abbandinato gli ostaggi e hanno tentato di scappare, sono stati bloccati, hanno chiamato i rinforzi. Quando hanno raggiunto le lo case sicure nelle zone, hanno scoperto con orrore di essere attesi da altri nemici. La maggior parte di loro è stata catturata, ma pochi sono fuggiti e hanno raccontato che cosa è successo. Namdar, supposto protettore locale, li aveva consegnati al nemico. Poco dopo lo stesso Namdar, alla radio, ha lanciato un comunicato: Yasir, il comandante, era chiamato alla resa o al “massacro”. Sono parole molto simili a quelle che lo sceicco al Burisha, ora capo dei sunniti di al Anbar in Iraq, ha detto al Foglio a dicembre: “Al Qaida qui da noi ha soltanto due opzioni: andarsene o morire”.
Al consiglio d’emergenza seguito al la sconfitta, le indagini di al Qaida hanno rivelato che Namdar è stato comprato, per 150 mila dollari. Un segnale d’allarme in una zona dove sei anni fa la leadership del movimento, pur con taglie di milioni di dollari sul capo, è riuscita a scivolare via dall’assedio degli americani grazie alla collaborazione con i locali. In ogni guerriglia, dice uno dei comandamenti della controinsurrezione, l’ottanta per cento della popolazione sta soltanto cercando di capire chi ha più chance di successo, per intervenire a favore. Il voltafaccia di Haji Namdar potrebbe essere il primo sintomo di un cambiamento più grande.
Ovviamente, una sconfitta nel gioco del gatto col topo che i guerriglieri conducono ogni giorno non promette molto, per ora: sta lì, in bilico sul campo franoso dei fatti di guerra. Più importante, come l’Iraq ha insegnato, è invece il cambio generale di umore politico. Alle elezioni del 2002 la popolazione delle aree tribali, offesa dall’attacco americano in Afghanistan, consegnò 67 seggi su 99 nel Parlamento locale ai partiti islamisti, paravento politico dei talebani. A quelle di febbraio scorso hanno vinto appena nove seggi. Secondo Lisa Curtis, della Heritage Foundation, la vittoria dei Pashtun secolarizzati è il risultato più importante delle votazioni”. L’ex governatore Shah ha previsto con l’agenzia McClatchy che ora “i funzionari diventeranno molto più volenterosi nella collaborazione con l’Afghanistan per eliminare gli estremisti”. Il Muttahida Majlis e Amal, partito ombra dei talebani, non ha mantenuto le promesse-base, come la costruzione di infrastrutture e scuole, ha lasciato che la zona precipitasse a spirale nella violenza, ha chiamato su di sé l’arrivo della guerra. Si è comportato sul modello dello stato islamico in Iraq nella provincia di al Anbar. Rischia di fare la stessa fine.